LA STRAGE DIMENTICATA - Vergarolla e il suo eroe, il dottor Geppino Micheletti
Siamo nel 1946,
la guerra è finita ma non è ancora chiusa e per la Venezia Giulia, il presente significa occupazione straniera: l’Istria, di fatto, quasi tutta alla Jugoslavia di Tito, Trieste e Gorizia, non perdute, ma in amministrazione militare anglo-americana e Pola, anch’essa non perduta, ma enclave sotto governo militare inglese. Siamo al 18 di agosto e sulla spiaggia di Vergarolla, subito fuori Pola, un’enorme folla si è raccolta per assistere alle gare: si celebrano i sessant’anni della società sportiva nautica Pietas Julia. Sulla riva, accatastate ai bordi della pineta, un cumulo di mine. All’improvviso, subito dopo le 14, scoppia tutto, i corpi volano a brandelli e la carne dell’uomo diventa il pasto più macabro e truculento dei gabbiani. Più di cento sono i morti e senza numero i feriti: tonnellate di carne umana martoriata che arrivano all’ospedale “Santorio Santorio” di Pola dove Geppino Micheletti, che ha assunto la funzione di Primario, essendo assente per licenza il titolare, prof. Mario Carravetta, opera per ore ed ore. Tutto il giorno. E ricomincia il giorno dopo. Non si ferma neanche quando gli dicono che i suoi due bimbi, Carletto, nove anni, e Renzo, solo quattro, sono fra i morti. Micheletti non crolla davanti al dolore, sa che altre vite sono nelle sue mani. All’ospedale “Santorio” accorrono tutte le autorità di Pola. È una tragedia cittadina paragonabile al primo bombardamento del 9 gennaio 1944. Dirà Radio Venezia Giulia: «Le mine non potevano scoppiare per autocombustione o da sole. Era necessario applicare uno o più detonatori». Un atto criminale, un attentato e una strage. Ancora: «Chi lo ha fatto? Chi ha avuto la mostruosa idea di un attentato contro la popolazione italiana di Pola?». “È stata costituita una Corte militare d’inchiesta per indagare le cause dell’esplosione avvenuta il 18 agosto a Vergarolla. La Corte ha concluso che l’esplosione non può essere accidentale ma fu provocata deliberatamente da una o più persone rimaste sconosciute. Del fatto si sta occupando ora la Polizia. Le indagini continuano”. Così dichiara, il 10 settembre 1946, il comunicato del Quartier Generale del 13° Corpo, il comando militare inglese che allora governava Pola, in attesa di un Trattato di pace che determinasse la sorte della città che in quel momento faceva ancora parte dell’Italia. Per i morti, dopo due giorni, viene proclamato il lutto cittadino e le esequie funebri celebrate dal vescovo Raffaele Radossi. Solo 65 salme saranno composte nelle bare e, fra queste, il corpicino straziato di Carletto e niente, tranne una scarpa e i suoi giocattoli, in quella di Renzo.
Geppino Micheletti (nato Michelstaedter), nasce a Trieste il 18 luglio del 1905. Nel 1929 si laurea in medicina, specializzandosi poi in chirurgia nell’anno accademico 1937/38. Dopo la guerra ottiene anche la specializzazione in ortopedia e traumatologia. A partire dal 1935 sarà aiuto chirurgo all’ospedale Santorio di Pola e là continuerà ad operare sino alla chiamata alle armi nel 1941. Durante il periodo militare, trascorso nei Balcani, si troverà ad operare militi feriti in combattimento tanto che sarà solito ridurre le fratture tenendo le sue mani sul ferito e lasciandole sottoposte continuamente ai raggi X. Ciò gli avrebbe procurato una dermite che sarebbe stata causa di amputazioni ad alcune dita. Dopo il congedo del 30 giugno 1945, rientrerà in servizio all’ospedale di Pola e si troverà in prima linea nei soccorsi dopo la strage di Vergarolla. Sarà il responsabile sanitario degli esuli di Pola, su incarico della Croce Rossa, e l’ultimo medico a lasciare la città nel 1947 a seguito della cessione di Pola alla Jugoslavia. Nel dopoguerra, diventerà primario di chirurgia all’ospedale di Narni. Là morirà nel 1961.